sabato 9 maggio 2026

 

ROBERTA LEPRI: MAGISTER NEL SUO

COSÌ CELESTE 


 di Tìndara Rasi

                                                           

                                    

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                                                              

 


Secondo un recente studio, la laurea in materie letterarie fa da trampolino di lancio per carriere tra le tre più sottopagate, in Italia.
Come dare torto a genitori che forzano i propri pargoli a misurarsi con strade alternative?
E tuttavia, il tema delle competenze personali e del talento individuale, che tanto ispira le modalità didattiche delle scuole moderne, in questa logica non trova spazio.
Leccare “briciole di parole” lascia la “pancia vuota”.
Così celeste di Roberta Lepri, pubblicato con la casa editrice Voland, è un puntuale resoconto di questa pragmaticità che cozza con la talentuosità. La stessa autrice nelle presentazioni delle sue opere non fa che ringraziare Daniela Di Sora, la fondatrice della Voland, che ha creduto e continua a credere in lei, ritenendola voce autorevole per nominare il proprio e altrui dolore. Talvolta, infatti, pur conoscendo le proprie potenzialità, di fronte a numerosi fallimenti scritturali e a tante porte chiuse, alla fine si cede. Si smette di credere nel sogno e di credere in se stessi. Questo accade in modo ancora più devastante quando la disistima e la critica al proprio modo di sentire e di vivere perviene dalla famiglia di origine. Gli affetti hanno un peso ancora più rilevante, in certi casi. Quello delle madri, più di tutto.
Colpa mia che non sapevo suscitarle amore” dice al riguardo la protagonista. Questa interiorizzazione della colpa rivela una dinamica psicologica tipica dell’abbandono affettivo: la protagonista non accusa soltanto sua madre, ma finisce per considerarsi responsabile della mancanza d’amore ricevuta da lei.
La stessa conflittualità dolorosa e ambigua la vive anche nel rapporto con il corpo e con la somiglianza materna. Tenterà per buona parte della vita di differenziarsi da lei: “Mi ero impegnata ad essere diversa da lei”. Per poi concludere arresa: “Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo”.
Un conflitto identitario profondo, dunque, che passa dalla negazione alla mortificazione, all’esplosione, alla rassegnazione cupa.
Non c’è un solo perché quando accade tutto ciò e alla fine si trascende. O, ancora peggio, quando si tenta di restare nei ranghi, di rispettare l’affetto familiare e di procedere per consuetudini, senza più nessuna convinzione vera. I dissapori e i sottili urti alla propria sensibilità nel covo del petto ingigantiscono, diventando rancori e danneggiando i rapporti personali. Nell’urticante quotidianità si soffoca logorati dal risentimento, dal non detto, dall’impalpabilità dell’implosione interna. I valori affettivi sballano e gli specialisti etichettano varie disfunzionalità pronto uso: un modo professionale per dare concretezza terminologica all’indicibile. Troncare i rapporti familiari ammorbanti non è una strada facile né indolore, d’altronde: non è corretto, dice la società, non è da farsi. Si sta.
E fa male.
Forse, oggi, solo recidere i legami sponsali di un matrimonio fallito è possibile fare con leggerezza e senza subire le recriminazioni degli altri.
All’interno delle famiglie d’origine ci sono milioni di lacci e di sfumature, invece. E, nel caso in cui si decidesse davvero di troncare i rapporti, subentrano sempre milioni di ripensamenti e di sensi di colpa.
La protagonista non sceglie di entrare in conflittualità con la propria madre. Succede.
Non sceglie di diventare il metro (storto) su cui giudicare sua sorella (dritta).
Non sceglie però nemmeno un lavoro nell’azienda di famiglia, cozzando con aspetti finanziari e matematici che non sono il suo campo. Ne ha bisogno per sopravvivere, come ha bisogno di cibo quando resta isolata in una sperduta casa di campagna. Il nutrimento si ricerca abbandonando qualsiasi sensibilità da ecofemminismo, se si ha fame. I soldi anche: sono necessari. Ci si aggrappa al materiale, quando si è disperati. Alle convenzioni, al buon costume, anche: il giorno del matrimonio indosserà un vestito di pizzo ecrù al posto del vestito “rosa cipria, di raso, con uno scollo sul retro, stretto dietro, come una diva degli anni ‘50”.
Ma le parole servono. Quantomeno, esprimono, ossigenano. Le frasi brevi, e con a capo continui, restano l’esempio più concreto di un uso stilistico magistrale della Lepri, capace di rappresentare la sopravvivenza sincopata della protagonista di Così celeste, che si autoaccusa disperata: “Non sapevo fare niente, solo scrivere”. Quello è stato anche il terreno di scontro interfamiliare più incandescente, per lei. A un certo punto, però, si è arresa con fiducia a quel flusso: “Distillai un verbo. Uno solo… ‘Scrivere.’ ” Il tema metanarrativo entra allora nella pagina e diventa testamento spirituale.
Di fatto, oggi per la scrittura e il mondo editoriale è così. Non si vive scrivendo libri. Non si vive pubblicando libri. Vanno scelti quelli più abbordabili, più vendibili, più leggeri. O quelli che ricalcano certi settori maggiormente in voga: gialli, romance, orientaleggianti.
Voland è in controtendenza. Credere in Roberta Lepri certamente all’inizio sarà stata una scommessa, ma è stata vinta da entrambi, autrice e casa editrice. La vita non è sempre così celeste, non ha piscine pronte all’uso nei resort. A volte, però, accade il miracolo e tuffarsi è solo un atto di fiducia reciproca.






                                                                  

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                               


CONTAMINAZIONI

di Tìndara Rasi


Ho voluto omaggiare l’autrice con un mio spin-off, una sorta di ipotesto in chiave cut-up del suo ipertesto.

Mantenendo il mio sunto narrativo ancorato al senso del suo libro, anche se non sempre in maniera fedele, ho provato a intersecare da un altro punto di vista molte frasi e parole trovate qua e là.

Diverse di esse le ho ripetute ossessivamente e consapevolmente, per rendere la riflessione più incisiva.

La discontinuità di alcuni ancoraggi è stata altrettanto voluta per restituire al lettore una narrazione emotivamente frastagliata, come accade nei processi mentali segnati dal dolore.

Non è facile sintetizzare e rendere il funzionamento di una psiche traumatizzata da eventi intimi e inconfessabili.

Il cut-up è una cifra stilistica ormai mia da diverso tempo, una tecnica sperimentale che ho preso a prestito dall’amore che ho per le poesie destrutturate.

Mi è parsa la più incline a rappresentare la capacità ricostruttiva umana che taglia e rattoppa febbrilmente con forbici, ago e filo per tutta la vita.

In questo mio piccolo omaggio, dunque, attraverso i frammenti citati ho voluto restituire ai lettori una protagonista nuova che tenta di ricomporsi, attraverso il cut-up un testo che riflette su un altro testo.


                                                                                                 

 

LECCANDO BRICIOLE DI PAROLE


La piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)

Mentre partivo … borbottava: “Stupida, sei una stupida, lo dice anche tuo padre.(Pag. 84)

Ti riconosci?”…

Certo”... Ma non era vero. Io con quella lì non avevo niente da spartire. (Pag. 86)

Non ero scema, non ero stupida, non ero dura, non ero poco intelligente. (Pag. 99)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

La mia strada l’avevo fatta. (Pag.100)

Ma almeno hai mangiato?” No, non avevo mangiato. (Pag. 71)

Ero proprietaria di due ettari di terreno e non avevo niente da mangiare. (Pag. 68)

Quella casa era mia ma non potevo avvicinarmi. (Pag. 13)

(Era di Jo, il cinghialino, che) mangia, grugnisce e scappa… poi arriva e non scappa più. (Pag. 49)

(Era della vipera ) che mi aspettava su una delle cassette che usavamo per la raccolta delle olive. (Pag. 74)

(E di) milioni di api. (Pag. 93)

Questo fu l’annuncio. (Pag. 88)

Davvero uno spasso. (Pag. 64)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Stavo bene in modo innaturale. (Pag. 69)

Leccavo briciole di parole ovunque (Pag. 83) ...tanto la mia pancia era vuota. (Pag. 68)

Le cose un giorno sarebbero cambiate. (Pag. 77)

Osservai sulle dita gli anelli che un tempo appartenevano a mia madre… Quanto poteva valere uno di quelli? (Pag. 67)

Nessuno di loro mi aveva voluto bene e tutti avevano cercato di sfruttarmi fino alla fine. (Pag. 102)

Non meritavano la mia comprensione, era troppo anche il ricordo. (Pag 102)

Smisi di sognarli quando mi sposai. (Pag. 92)

Il sangue non mentiva. (Pag. 95)

Un padre buonissimo e una madre cattivissima. (Pag. 64)

Colpa mia che non sapevo suscitarle amore. (Pag. 95)

Avevo creduto che mi volesse un po’ di bene. E invece... (Pag. 83)

...Doveva rimarcare che ero capace solo di scelte sbagliate (Pag. 89)… qualsiasi cosa facessi. (Pag. 115)

Avevo quasi paura a dirle che non volevo seguirla (nelle sue). (Pag. 70)

(A lei) piaceva soltanto Clelia, la sua goccia d’acqua. Che la ricambiava. (Pag. 24)

Mia sorella era più buona di me. Più comprensiva. (Pag. 111)

La mancanza del suo amore mi condannava a una ricerca insensata. (Pag. 121)

Erano passati dieci anni dal primo tumore. (Pag. 114)

Cercavo di non urtare la sua sensibilità. (Pag. 81)

Capì che non ce l’avrei mai fatta. (Pag. 90)

Non la sopportavo. Sapevo con esattezza quando era successo. (Pag. 23)

Mia madre aveva repulsione per tutto ciò che rappresentavo, disprezzava ogni mia idea e mortificava qualsiasi iniziativa. Perfino lo studio. (Pag. 31)

...All’università… c’ero dovuta andare lavorando. Il mio studio era un lusso. (Pag. 18)

Nel sogno era (giunto) il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Una cerimonia bellissima, dissero tutti. (Pag. 41)

Io avrei voluto solo essere abbracciata. (Pag. 113)

Mi sentivo ancora lieve per la mia recente conquista, ero senza difese. (Pag. 31)

Venivo cacciata. Nessuno fiatò per difendermi. (Pag. 112)

Non c’era tenerezza per me nel mondo. (Pag. 121)

Tacevo per la mortificazione. Ero disperata. (Pag. 97)

La tensione era palpabile. (Pag. 112)

Che guerra era? (Pag. 109)

D’istinto le negai il mio ascolto, forse temevo un ultimo sgambetto. (Pag. 121)

Non volevo fare la sua stessa fine. (Pag. 122)

Mi ero impegnata ad essere diversa da lei. Nel vestire, nel camminare, nel trucco, nel taglio dei capelli. (Pag. 86)

Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo. (Pag. 86)

Cominciai lavandomi il viso. (Pag. 85)

Aprì la finestra per far entrare il sole. (Pag. 93)

La natura da sempre mi inviava messaggi chiarissimi. Ero io a non capirli. (Pag. 58)

Il vuoto premeva. (Pag. 121)

Il mondo stava per finire, che doveva fare una scrittrice in questo caso? Decisi di usare l’abilità personale a scopo consolatorio. (Pag. 44)

E distillai un verbo. Uno solo… “Scrivere.” (Pag. 118)

Avrei potuto piantare i semi che avevo trovato nel cassetto del tavolo in casa… Ma io non sapevo fare niente. Solo scrivere e pensare. (Pag. 59)

Non ero tipo da campagna. (Pag. 78)


La piscina rimase a guardare a fauci spalancate. Stava ferma, era delicata. … Il pesciolino nella mia pancia nuotava con me, dentro di me. Ero un acquario vivente e mi sentivo benedetta. (Pag. 65)

Come diceva Carla, quando chiedi qualcosa l’universo ti ascolta. (Pag. 67)

E il pesciolino uscì. (Pag. 71)

Continuavo a odiare la piscina, ricambiata. (Pag. 115)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

(Il giorno della mia laurea) la piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)


Tìndara Rasi

(Tìndara Lanza de’ Rasi)


mercoledì 1 gennaio 2025





La paleografia è una disciplina interessante e lo stesso la codicologia. Per studiare documenti antichi, gli esperti di questi due settori applicano severi protocolli disciplinari. Dietro ogni scritto c’è un’epoca da rintracciare, una cultura da indagare, una persona da individuare. E laddove quest’ultimo punto non è possibile, si utilizza un termine generico: scriba. In molte carte di guardia medievali, a un certo punto si rintracciano righe di testo apparentemente slegate e senza senso, oppure minuscoli disegni, o ancora elencazioni di parole. Gli scribi si distraevano e giocavano un secondo? Volontariamente sfregiavano la bellezza di una pagina del lavoro amanuense, per dispetto verso qualche collega? Che significato reale hanno quei pensieri a margine, quegli svolazzi scritturali o artistici? Una risposta sensata c’è: la probatio pennæ. La penna, letteralmente la parte di piumaggio più robusta di un animale, esigeva per l’uso di essere tagliata in un certo modo e poi di essere provata. Quelle frasi, quelle parole, quei disegni erano prove per testare l’efficacia e il buon funzionamento dello strumento scrittorio. Talvolta la penna era già abbondantemente consumata, e allora si trattava solo di prove tecniche per abituare polso e mano a un altro carattere di scrittura. La probatio pennæ oggi, con l’era tecnologica e informatica, non ha più diritto di esistenza. Tuttavia, per qualsiasi autore, ogni primo libro rappresenta quel gesto: rompere gli indugi, affinare gli arnesi, lanciarsi in un’avventura editoriale e redazionale. Il timore e l’impazienza verso le nostre stesse incapacità, ci fa percepire il peso gravoso di tale sfida. Parlare dell’ousìa di una cosa che è quella che è, e non altra, è complesso. Si può tendere a una trascrizione elegiaca verso ogni spettacolo esistenziale ritenuto glorioso. Oppure si può rifuggire verso una lingua ignota e “costruita”, come diceva la religiosa benedettina Ildegarda di Bingen, una lingua innovativa che veli e smussi. Si può essere totalmente autoreferenzialisti. O abbandonarsi a un punto di determinazione esteriore che ci dipinga con assoluta obiettività. Dunque, alla fine del faticoso lavoro scritturale complessivo, di un beta reader e di un cdb, cioè di un correttore di bozze, appare urgente richiederne la collaborazione. Improcrastinabile questo tipo di aiuto esterno per giungere alla pubblicazione. E se l’uso di sigle e di inglesismi oggi va di moda, beta reader e cdb si possono però condensare in un unico termine: relazione. Tra alfa e omega, un piccolo beta ci sta. Dio richiede a tutti una compartecipazione. Lo ha richiesto Egli stesso all’umanità storica, per mettere su carta il Suo Verbo. Lo richiede a noi oggi, per camminare in una relazione non imposta ma condivisa con Lui. Tutto questo l’ho capito meglio un 1° luglio di due anni fa. Cosa poteva mai accadere nel giorno estivo che decreta la metà esatta di un anno, l’istante centrale che suddivide i 183 giorni dall’inizio dell’anno dai restanti 183 dalla fine? In tale data si celebra anche la festa religiosa del Preziosissimo Sangue di Cristo. Un giorno, dunque, estremamente significativo ed evocativo per qualunque sentire spirituale. Partecipando a un corso professionale, una linea di tesatura elettrica friccicante mi ha connessa ad altri pali di luce radiante e non potevo non percepirlo. Tutto si è svolto velocemente, come se io fossi mossa da una scossa benigna, perfetta nei volt e nella risultanza luminosa. Sono entrata nella sala dove si svolgeva l’evento, ho firmato la presenza, ho salutato qualche collega e alla fine, con un ampio sguardo, ho abbracciato la platea in cerca di un posto a sedere. C’era una monaca. Ho pensato: “Vado a sedermi da lei, starò bene. Scambiarci due chiacchiere piacevoli tra una pausa e l’altra sarà piacevole. E ho proprio voglia, dopo diverso tempo di digiuno, di parlare di cose sacre”. Suor Daniela mi è rimasta seduta accanto tutto il tempo. Mi ha accolta, mi ha ascoltata, mi ha raccontato. Abbiamo scoperto di avere una spiritualità carmelitana in comune, io da laica, lei da religiosa. Nella pausa, le ho comprato al bar una pastarella vuota. Volevo condividere qualcosa non solo a parole, ma anche tangibile. Il pasto comune. Poi, all’ultimo secondo, le ho donato anche i santini benedetti della Madonna nera del Tìndari, tutti quelli che avevo in borsa e che per strana coincidenza bastavano a rifornire lei e tutte le sue consorelle nel monastero dove abita al Cerreto di Sorano. Chi mi conosce sa bene che lo faccio sempre, con chiunque incontro e che so essere credente. Ma questa volta è stato un gesto quasi disperato: stava finendo l’incontro e io non avevo pensato a donargliele, come mio solito, se non negli ultimi minuti, contando frettolosamente nel borsello per capire se ne avevo a sufficienza, o se invece rischiavo di deludere qualcuna delle sue consorelle che non avrebbe ricevuto quell’effigie. Qualche minuto dopo, o un numero insufficiente di santini bastevole per tutte, e non lo avrei più fatto, il momento giusto sarebbe svanito. La Madonna nera del Tìndari si festeggia l’8 settembre. E anche questa è una data che ci accomuna: il mio onomastico, la sua professione religiosa che è avvenuta proprio in tale data. Non lo avremmo mai scoperto, se non le avessi donato quei santini benedetti. Coincidenze benedette. Oltre ai santini, ci siamo scambiate il numero di telefono, chissà… Insomma, nessuna evidenza strabiliante. Una conoscenza tranquilla, un momento come tanti nella vita di due persone. Ma che ha riempito di grazia entrambe, da quel che ci siamo confessate in seguito. Che ha segnato un punto nell’ascesa della montagna carmelitana di tutte e due, probabilmente. Non so cosa mi ha mossa e guidata quel giorno. Anzi: lo so. So di aver conosciuto Suor Daniela perché doveva rompersi la punta di una penna in modo che si potesse iniziare, o continuare, con rinnovata tenacia, a scrivere una bella storia. Suor Daniela ha ascoltato la mia storia, infatti, e avrà pensato: “Eddài, se c’è l’ha fatta a diventare scrittrice lei…” Io ho ascoltato la sua storia e ho pensato: “Eddài, se non ce la fa a pubblicare lei…” Questa storia, dunque - che non ho scritto io e forse nemmeno lei – mi è apparsa subito come non avente bisogno di costruzioni artificiose. La lingua ignota di Ildegarda di Bingen che rilessifica i termini tramite 23 lettere trasmutate per fini mistici, che inventa parole che riprogrammano la realtà con neologismi mossi da spinta etica e morale, che vogliono rivoluzionare le parole in modo da essere sempre più vicine al linguaggio divino, non è un sofisma necessario quando si parla della vita. Suor Daniela scrive di sé, della sua vita come atto di amore donato verso Dio, come goccia di rugiada illuminata dalla luce di Lui. Io ho letto le bozze, sto rileggendo il libro pubblicato. E in questa azione di lettura ho ritrovato e ritrovo anche un po’ di me. Sono sempre più convinta di essermi seduta su quella poltroncina, accanto a lei, quel giorno, perché avevo bisogno io di leggere una storia altrui, che mi riconsegnasse Lui. Eravamo agganciate a due sedute diverse. Ma a un’unica missione. Lei quindi adesso ha pubblicato; io che ho corretto, consigliato, aiutato per mesi nella revisione servizievole, ora ri-leggo il risultato finale. Relazione... Questa è l’unica definizione, l’unica parola essenziale, capace di descrivere l’entità del mistero di ogni incontro, anche del nostro quel giorno. Una relazione trinitaria terrena e celeste rituale: Dio detta, l’amanuense trascrive, l’essere umano legge. Suor Daniela in questo – a detta sua - libercolo, dichiara spesso: “Adesso basta!” Questo grido lo dissemina tra le pagine con una lievità e una gravità che mi commuovono. Un imperativo così, che quando si è bambini ci blocca e ci spaventa, talvolta ci rompe i timpani per fermarci di fronte a un pericolo, impedendoci magari di attraversare una strada ad alta velocità, da adulti assume altre sfumature. Adesso basta! diventa: è l’ora di cambiare vita. Oppure, Adesso basta! è quello che ci diciamo quando capiamo che non si può pensare di correre sempre e solo facendo affidamento sulle proprie gambe, sulle proprie risorse: è necessario affidarsi a qualcuno che ci sorregge, è necessario lasciarsi accarezzare le guance dal vento dello Spirito, lasciarsi abbracciare. Adesso basta! è il mi affido a Te, mi hai convinta. Ma il pensiero corre al do ut des: come ricambio questo Suo sostenermi nel mio abbandono? Beh, Adesso basta! anche cercare moti propulsori che ci spingano a ricambiare nella relazione, costrettamente, necessariamente. Devo darti qualcosa, Dio. Tu mi hai riempita di grazia… devo contraccambiare… Devo… Devo… No, invece. Perché niente di ciò che è terrestre e umano, sarà mai un giusto dono da portare quando si andrà a trovarlo a casa sua. Ogni cosa fatta, ogni cosa pensata, ogni cosa realizzata, risulterà sempre una minutaglia scandalosa, una sciocchezza di nessun valore rispetto al Suo averci donato la vita. Consapevoli di ciò, ci sentiamo spesso sopraffare dal disagio: che figuraccia che facciamo, continuamente, di fronte a Lui. Anche un atto scritturale... come appare sempre imperfetto, impreciso, indegno di parlare di Lui e della relazione con gli altri tramite Lui. Prima di darlo davvero alle stampe, quante limature da scrittrice, quanti consigli da lettore beta, quante correzioni da cdb… C’è tanto, tanto lavoro da fare e ogni volta riprende lo sgomento di un risultato non ancora buono da mandare in rotativa. Mille ripensamenti, mille rielaborazioni… Un affanno ingiustificato, ma comune. Poi il pensiero decisivo: Adesso basta! Per un motivo molto semplice: “L’anima mia era come un libro nel quale il Padre leggeva meglio che io stessa”, diceva santa Teresa di Lisieux. Non c’è da scrivere nulla di perfetto, oltre quello che già Lui ha scritto per noi. Ci è richiesto solo di “amare sino a morire di amore”. Se questo alberga nel nostro processo comunionale e cammina - a volte meno rapido, a volte più spedito - dentro il nostro ondivagare da proficienti, se comprendiamo che tutto il fare, il vivere è relazione pro bono, ad un certo punto è necessario cessare l’affanno della corsa alla perfezione, placare l’ansia: Adesso basta! Chi siamo e come siamo, e come e quanto imperfettamente o perfettamente ricambiamo il Suo innestarci in relazione, ad-esso-basta. Se abbiamo o non abbiamo una gamba o un braccio, se siamo sani o malati, se sappiamo scrivere autoralmente o se siamo semplici scribi sotto dettatura, se possediamo e valorizziamo i talenti evidenti o meno, non ha nessuna importanza. Ha importanza se amiamo come Lui ci ama. Ha importanza il nostro sì, mossi dalla circumsessĭo trinitaria. È questo che ad-esso, e sempre, basta. O meglio: che ad Esso, con la E maiuscola, basta. L’imperfezione a volte non si accetta, come non si accetta la sofferenza fisica. Ma non dipendendo dalla nostra volontà, hanno entrambi ammissibilità a esistere. Il tentennamento, la titubanza ingiustificata invece, no, non devono permanere e possiamo e dobbiamo debellarli. Ogni volta temiamo di tagliare il calamo della piuma e dare il via al rito della probatio pennæ. Invece bisogna fare, agire, dire sì, senza paura di sbagliare. Adesso ad Esso! Questa è l’unica cosa che conta ed è l’unica cosa che basta. Bisogna spostare l’accento da un avverbio di tempo della grammatica umana, ad una “parola d’autore” diversa. Bisogna osare parole d’Amore nuove. Non sempre ci riusciamo, ovvio. Rompere la punta della penna… lasciarsi rompere… per diventare opere d’arte nelle Sue mani, non è facile. Ci manca il coraggio di affidarci e di lasciarci plasmare. Ci blocca la fatica, l’insicurezza, la sofferenza. Ma sono davvero convinta che sia sempre il Suo Amore a primeggiare, ad andare oltre ogni nostro sciocco, quotidiano, scorretto divagare tra mille puntini di sospensione... Che sia Lui l’Azione che muove all’azione. A Dio, quanto noi possiamo in Lui sufficit. A Dio, che ama a prescindere, ogni prova di calamaio, compresa quella di suor Daniela ai margini della sua pagina, finalmente giunta alla luce, basta.

giovedì 22 luglio 2021

 

TRA GRAVITAS E LEGGEREZZA, LA VITA IN CAMMINO

di Tìndara RASI

Leggendo “Ogni passo fa nascere una brezza. Rinascere sul cammino di San Francesco”, di Eric Minetto, edito da Lit Edizioni – Edizioni dei Camini, non si sta fermi nel proprio cantuccio, sulla propria comoda poltroncina: i piedi fremono, la mente viaggia. Dopo un intervento al piede, l’autore ha infatti deciso di attuare una sorta di gesto di ringraziamento per la guarigione avvenuta, completando per cammino immersivo, per cammino suppletivo, il tratto di strada che San Francesco, malato e morente, non riuscì a compiere negli ultimi momenti della sua vita. Minetto, guarito dal suo piede malato, non facendo nemmeno i conti con l’analisi delle sue stesse resistenze umane, concepisce e mette in atto questo ex-voto ambizioso: prestare follemente i suoi piedi a San Francesco per fare con lui/per lui/in vece sua il tratto di strada che da La Verna porta ad Assisi. Non si tratta di mezz’ora di cammino, ma di giorni interi al posto di. E in quell’interscambio non consecutivo ma partecipativo, trascina anche il lettore con una sorta di actuosa participatio missale. La sua impresa rimanda alla mistica della riparazione, quella dei cristiani che “riparano” ai patimenti di Cristo, che contribuiscono al corpo mistico patiens. Parte di un tutto più grande, dunque, anche questo usarsi a “prestito” umano per un Santo che lasciò qui il suo fisico in pegno, elevandosi lassù a etereità sacra. Minetto rende omaggio alla contemporaneità reale di Franciscus passus assisiensis, usando l’unica cosa che lo rende pro-alteritas, bene mediazionale infrapersonale: il suo stesso corpo, arti, pelle, occhi, piedi. Ma occupandosi di yoga e di scienze orientali, nel cammino intrapreso mette in campo anche strategie di mindfulness, di counseling, di teorie orientali, di spiritualità (nel senso più esteso che la mera religio), e di percezione corporea del sé, tutto nei giusti dosaggi. Il suo non è un libro cattolico cristiano in senso stretto, dunque. É un percorso: il piede va avanti a volte saldo, a volte vacillante, sulla concretezza del “terreno”, quello fisico, fatto di pietre sgranellate e di pulviscoli, ma anche quello della storicità umano-temporale e della gravità terrestre corporea. Poi però non rimane “a terra”: viaggia anche sulla “concretezza psichica” dell’oltre, del pensiero “filosofico”, dell’immanente mentale. L’autore non intende donare un libro cartaceo a un lettore, ma un bene infraumano, un riflesso di pensiero applicato, di allineamento cosmico oblativo. Il “battito universale” oltre la realtà sensibile, che diventa respiro pandemico. L’allaccio mentale, l’energia interpsichica tra chi è da una parte e scrive, e chi è dall’altra parte e legge. Per donare questo ad altri, scarnifica non solo se stesso. Scarnifica il proprio processo mentale che respira di fresco senza “proposizioni consecutive” e ridondanti, senza zaini pesanti sulle spalle e tra la lingua. Scarnifica la propria scrittura, che si slava sotto la pioggia, per lasciare intatta una sola lettera indicatrice del percorso, una Tau gialla. Non ci vogliono eccessi, gli suggerisce San Francesco, infatti. Basta un lenzuolo, per scrivere. Basta una lettera per indicare il percorso, per darci il “libro” che necessitiamo. E se si ascolta bene, è il vento che sfoglia le pagine, smuovendo le foglie degli alberi attorno: non ci serve altro. Cosa c’è in quella brezza, in quel respiro? C’è la creazione che geme, soffre ed è in travaglio (cfr  Rm 8,22) perché non riesce a vivere il miracolo di “camminare sospesa sul vuoto” e nel contempo restare appoggiata sulla terra, “lieve, però, come se si camminasse sul cielo”. C’è la creazione che attende di unirsi in un unico afflato liberato da pesi inutili. E c’è quel vento spirituale, quella brezza leggera e naturale che arriva e sospinge lievemente, eleva, afferra, alleggerisce, permette il volo… Se siamo nella giusta corrente, ne veniamo sospinti senza neanche accorgercene e voliamo anche noi, leggeri tra i cirrocumuli.

San Francesco ci è riuscito: non è nella cerchia dei beati per un’onorificenza e un fastigio pinnacolare personale, ma per “montare di guardia alla bellezza del creato”. E da lì, il maestro santo prende dal Santo Maestro e consegna al pellegrino camminatore insegnamenti ruvidi ma efficaci, affinché li rimandi ad altri, in un sistema di diffusività fraterna della “semplicità”, parola a lui tanto cara. Aprendo la porta francescana del suo memento terreno, non si trova infatti nessuna pietra scintillante e preziosa, nessuna ricchezza materiale, ma il sasso nudo, il corpo nudo. Nel cammino, lo zaino troppo pesante storce la colonna vertebrale, gli scarponi scarnificano i piedi. Ci vuole lievità e slowness, in modo da riconoscere un ramo innocuo da un serpente pericoloso disteso in mezzo alla trazzera. Bisogna essere presenti a se stessi, non avere l’urgenza della meta finale, ma quella del percorso da godersi hic et nunc. Per San Francesco l’essenzialità era un bastone, un sandalo, un saio ruvido cucito e ricucito con la ginestra, uno con il cappuccio per ripararsi dalla luce eccessiva, visto che stava diventando cieco e aveva problemi agli occhi. Non bisogna “appesantirsi inutilmente durante un viaggio, quello della vita… ma imparare ad alleggerirsi, a farsi respiro”. Bisogna ricercare “la felicità a prescindere” buttando via le zavorre che non servono, dice l’autore. D’altronde “Francesco è in ogni passo che in piena coscienza decidiamo di non fare”, non in quello che decidiamo di fare o in tutto ciò che decidiamo di “trattenere”. Questo non significa che materialità, intenzione e volizione siano da demonizzare, ma che se scardiniamo schemi di filodossia comune, comprendiamo che tutto concorre al bene interiore e spirituale a volte anche in modo curiosamente apofatico. È in questa struttura di senso che alla fine lo scrittore in cammino, decide di non fissare nessuna bandierina sul suo Google Maps personale, raggiungendo mete fin troppo commerciali e inflazionate. Sa che siamo eterei e partecipativi di un’unica energia viva che eternizza i nostri passi, se smettiamo di pesare sulla polvere con una gràvitas che ci rallenta soltanto. La meta non è qui. O forse, la meta non esiste, esiste la vita ed è perenne. Esiste in quel lieve insufflare durante il krònos le particelle di ossigeno buono che ci consegna il polmone dell’universo. Ed esiste in quel gesto semplice e molto francescano di spandere a nostra volta, al respiro storico creaturale, al kàiros oltre l’archeo, il profumo di citronella dei nostri vasi personali (cfr San Paolo, 2Cor 2,15), eleganti e preziose sentinelle a guardia dell’aere sui balconi delle case.

Original by Tìndara RASI

venerdì 9 aprile 2021

 

Sale e sangria, di Pietro De Viola. E io che cito l’autore che cita se stesso

di Tìndara Rasi




Come ci si incontra, nella vita? Per background culturale, direi; e per assonanze.

Basta avere un gene al retrogusto papillogustativo francese ed è fatta. Non si può andare a esplodere di vita in Spagna sei mesi, e fondersi con catalani, baschi, galleghi. Se si va lì da Novara (non quella nordica, ma quella terronea), se si va lì da Barcellona (quella terronea, non quella esterronea), si diventa cittadini del mondo e le olandesine, le parigine, le castiglionesi (mezzo maremmane? non castigliane?), le si intercetta tutte. E un po’ stufa incontrare anche lì solo italiani, meridionali, non ci si va per quello, ma per gustarsi il mondo. Solo che se la tua lingua scolastica non è quella dell’universale egemonia culturale preponderante, non è giapponese, cinese, inglese, e tu parli solamente francese come L2, è attraverso quella lente che intercetti involontariamente il mondo.

Da anonimo ragazzo siciliano dall’animo puro che si donava a te, Dio, quel quasi senza nome se non dopo molte pagine, diventa Miguel o laconicamente un Miche’, alla napoletana. Non esiste più il ragazzo di prima. C’è un Virgilio camuffato da bigliettaio che indica altre possibilità, un Pau, sulla strada che gocciola bisbigli. E quel mondo immerge, sommerge. Si resta adesi alla sregolatezza del momento non ordinario, quello fuori dai confini che porta finalmente lontano dai noiosissimi clichè di bravo e tranquillo ragazzo di provincia. Come succede? Con intenzionalità. Come sedersi a tavolino e dire: ora scrivo un libro. E inizi, vertiginosamente, studiatamente, stappi la lattina della creatività che fa fsss, l’aria ti riempie il petto, fresca, senti il glicogeno scorrere. Passione pura, carnale, spregiudicata, sfrenata. Esplosione di botti della festa di fine anno. Bum.

Questo è l’intimo segreto che accomuna tutti gli scrittori. Accade così. Un giorno, improvvisamente, senti di voler prender in mano una penna, di riaprire il vecchio computer, di scrivere qualcosa, di andare nella tua Barcellona di Spagna personale, nel tuo Erasmus di ingurgitamento parolistico. Due righe… see... ma chi se la beve… Gira tutto, mani, cervello, idee, lampi, gorgoglii mentali come un maelstrom. Magari sei un insegnate che ha sempre amato la letteratura. E allora scrivi. Scrivi, scrivi, scrivi. Sempre, giorno e notte, senza fermarti, crollando per la stanchezza, risvegliandoti con la faccia sulle carte e la penna in mano, e seguitando a scrivere. Lo fai per mesi, con pochissimi momenti di pausa… Questo è il ritmo che vuoi dare alla tua vita. Sei mesi vivendo al massimo, su di giri, come quando dal messinese del profondo Sud vai a fare quel tuo Erasmus in Spagna.

Poi arriva lo slang francese, e no, qualcosa si inceppa, la vena creativa si affanna, si depotenzia, o si esponentizza. Quello slancio che ti fa scrivere a fine pagina 35 frasi intere tutte attaccate, senza spaziature, diventa doppia interlinea, si adagia, staziona con circospezione attorno ad una frase, si condensa in laghi di vischiosa prodezza artistica, appunti-poesie, frasi belle lumeggiate e lampeggiate, descrizioni arditissime, innovative, classiche. Che devi, assolutamente devi inserire da qualche parte nel libro, perché sono troppo belle per lasciarle fuori. Tu volevi una storia passatempo, dal tuo raptus creativo, qualcosa di leggero da scrivere nei margini di tempo. Ma la tua creatività ci tiene a donarti storie un po’ meno miserande tipo solo sesso, tanto sesso, solamente sesso, storie un tantino più faticosamente eterne. E allora ti impantani un po’, fermi il flusso del maelstrom, ricerchi, rileggi, rivedi, ripari, rappezzi, inserisci, cancelli, migliori... Non è l’antifranchista Celestino che non ti vuole aiutare a scrivere la tua tesi, a rallentare il tuo estro poetico. Sei tu da solo a farti questo, tu che tenti il raffinamento di te, ma perdi di grazia e di slancio e non vuoi. Di colpo ci si sente come chi debba seguire il proprio personale cammino, prestabilito alla nascita su rotaie fisse; chiunque si allontani dalla propria direzione, anche solo per un breve periodo, perderà l’allegria del vivere. Uno scrittore che perde la vena, il ritmo passionale, ha due motivi che lo incastrano, riconducendolo un attimo fuori dalla propria insensatezza che non lo fa né mangiare né vivere, o forse mangiare troppo e vivere troppo, sragionando, sregolandosi, sdoganandosi dalla propria provincialità emozionale, dal proprio tutto, dai binari direzionali.

Due fondamentali, stupidissimi motivi.

O l’amore.

O il lavoro.

Succede così anche all’università. Cominci a rallentare il ritmo degli esami dati, quando ti innamori davvero: hai altro a cui pensare, in quel momento. Cominci a rallentare quando invece di ammuffire dietro lo schermo del computer, scrivendo perché non hai alternative decenti per le tue serate fuori paesello, ti innamori e un senso alle serate ben più viscerale e conturbante lo consegni alla vita, non ai tuoi scritti. Oppure cominci a rallentare lavorando, perché la sera torni a casa con le tasche piene di stipendio ma senza un goccio di pazienza per due righe letterarie, manco una poesia breve stile haiku ti viene di cesellare, vivi di vita di fatica, non di vita immaginifica e surrogata.

Così arriva quella parte, in un libro, che ti ferma il ribollìo e te ne stai lì a pensare che non scorre più, la storia, come prima. Eri andato in Spagna (o in brodo di zizzole creativo) per scovare la Storia (quella da mettere nei libri, quella letteraria, per farla tu, la storia letteraria, per essere inciso tra i magnum). Ma prendi di mira la storia, quella con la s che non vuole né minuscola né maiuscola, la storia da vivere tutti i giorni, la storia della quotidianità, quella che ti riporta con i piedi per terra. La poesia solo a volte si manifesta in strofe, rime ed endecasillabi sciolti: la sua natura è di stupirci e bisogna portarsela davanti e dietro, dentro, sempre. Nella quotidianità, diventa efferatezza, fa solo perdere tempo in moine. Come dopo che una donna la si è già conquistata: niente più rose sul letto, niente smielate filastrocche amorose sussurrate sotto le stelle mentre si sta avvinghiati. Si passa al sodo, all’atto spurio, adulterino, frettoloso e spoeticizzato.

Sei a Barcellona, in Spagna, sei nel pieno di un coraggioso atto scritturale livido di eccitazione, con il cervello a mille e sbam, ti accorgi che non parli solo spagnolo, ma che conosci anche il francese e che due parole di altro stile nel libro ce le vuoi mettere, che lei, appena partorita dalla tua fantasia letteraria, merita udienza papale, e non basta una pagina fitta di amplessuosità, non basta un ritmo sincopato e velocissimo... Ci vogliono pagine distese, lenzuola d’amore, stropicciate, rivisitate, spianate, corteggiate, allungate, cesellate, studiate nei minimi dettagli. Non puoi scrivere di getto un libro se capisci che è bello, non puoi sorvolare su un amore se intuisci che è sangue. Conoscersi tra autore e personaggio è una nascita reciproca, nascosta nella donazione di sé, intensa come generatività continua, conduttiva, elettrica, surrettizia. Io scrivo di te, Viola, mezza francese e mezza castiglionese maremmana, conoscendo me, autore Pietro De Viola. Sono te perché tu sei in me come un acrostico tra le righe, tu sei ciò che penso, ciò che escogito dopo l’introduzione, sei il corpo centrale, sei la mia vena creatrice non più sgorgante e zampillante, ma incanalata e gestita. Il costante adeguamento della virilità alla femminilità, può portare alla creazione, alla poiesi, come un atto generativo che sfrutta ancora la primordialità istintuale del basso ventre (o dell’amigdala) e non ha bisogno di studiare sui Power Point lo schema fisso della perfetta struttura letteraria. Pulsione, come ideazione. Respiro, come creazione. No, non c’è bisogno di libri da studiare: quando nasce l’embrione di un libro che lievita spedito, senza artificiosità, nasce punto e basta. Il cemento si impasta con l’acqua, non ha bisogno di altro, per trasformarsi in malta.

Cosa ci spinge a tentare altro, dunque? La novità dell’amore eterno, quello che ci vorrebbe consegnare nell’olimpo letterario. Perché l’amore letterario tra uno scrittore e un personaggio, quando si affaccia all’uscio, è sempre nuovo e la novità ci attrae. L’amore, il grande motore del mondo, senza clock da automi informatici. Qualcosa del tipo io e lei che togliamo le batterie degli orologi e andiamo oltre la memoria di massa e gli ingranaggi dell’orologio carillon. Ma l’amore per il nuovo ci confonde, ci destabilizza, ci impastoia e ci rastrema. Tentiamo di miscelare il vecchio io con il nuovo, il vecchio diario con il nuovo, il vecchio stile letterario con il nuovo: l’eterna lotta di tutti, come tra un primo me e un secondo me, tra lo stronzo e il disperato. E alla fine, come prevedibile, non ci raccapezziamo. Ci fermiamo smarriti. Non fluisce più la linfa nelle vene creative, fa fatica, si incaglia malamente. Stiamo cinque, sei anni, con un relitto di libro in mano. Non osiamo, ci vuole troppa fatica, concentrazione, impegno per costruirsi letterariamente come un nuovo sé scritturale. Più facile arrendersi. Alla fine, stremati, non abbiamo la Storia. E neanche abbiamo fatto la storia. I fogli sono chiusi nel cassetto della scrivania, rasterizzati, untuosamente appiccicati. O sono spersi sul desktop di un computer, come un collegamento blog che vuole solo, disperatamente, essere ricliccato e riletto, riscritto, riaggiustato, completato, finito... solo quello. Ma l’autore ha perso i trasporti della linea viola, sta camminando a piedi tra un lavoro che non gli piace e un vento che gli fa svolazzare il cappotto, mentre le auto degli altri passano veloci e spostano l’aria dell’esistenza storica. Ogni tanto la sente, quella folata creativa. Ma c’è l’ordinarietà e l’ovvietà che va avanti, c’è il lavoro… Non si spiega come faccia a piacerci questo lavoro materiale, che per noi scrittori è deleterio come una vita di provincia e ci si sta bene, ma ogni tanto, per riprendere passione aurale ci vuole la presa del computer attaccata alla corrente elettrica, ci vuole la follia della gioventù bruciata tutta in sei mesi d’Erasmus in Spagna. Invece, si smette di prolificare, di produrre, come una grande negazione di se stessi. Un bluff. Se si continua a sprizzare passione da tutti i pori, il figlio viene partorito, l’atto poietico diventa compimento. Ma l’altro, il nuovo che appare, può essere anche inferno. E la frase di rito giustificatoria è allora: non ho tempo, perché mi assilli, creatività mia amata? Ho provato, ma non ci riesco, non mi appassiono più. Probabilmente ci è sempre mancato ‘sto figlio maschio, come al vecchio antifranchista, ci è mancata la conoscenza della lingua inglese, l’editore giusto, la verve, un pizzico di figlio che ci faccia genitori di queste quattro chiacchiere con il passato, di queste carte scritte, di questi racconti da stampare senza etichettarli come files in disuso. O forse no, ce l’abbiamo sempre in embrione, ‘sto figlio, ma non quagliamo, non partoriamo. Coviamo e basta. Una sorta di aborto letterario, che impiega anni a diventare libro, storia, actus vivendi. Ha un suolo, ma non attecchisce, non fruttifica, è apolide e senza fioritura. È necessario uno spirito superiore per elevarsi dalle secche volgari e ordinarie del desiderio di una bella auto, un conto in banca rispettabile, degli abiti, una casa, dei viaggi con gli amici. È necessario uno spirito raffinato per concentrarsi sulla vera essenza delle cose e liberarsi dal lusso. Ci vuole sangria, alcolica, spumeggiante, ma anche cristalli solidi di sale, piedi per terra, fatica, impegno dopo quella follia semestrale di passione letteraria, di corteggiamento delle meningi in amplesso con periferiche di input tipo tastiera wireless.

Attorno c’è un coro di fans letterari che aspetta: esci da questo corpo fisico, da questa terraglia, da questa ordinarietà burocratica; diventa luce, diventa parola, diventa vicenda. Cerca di farlo per le migliaia e migliaia di lettori come me, le migliaia e migliaia di nessuni, che vivono di digressione speculare e di intenzionalità intertestuale catulliana, o che aspettano un buon epillio alessandrino. Se un colore come il viola diventa smorto e non ha più nemmeno senso, Viola muore davvero. Viola l’autore, lo sphragis. C’è sempre Nicandro e Catullo classico nella tecnica dell’acrostico sphragistico e dell’arte allusiva che cita il citato autore, sei in ottima compagnia e tu lo sai che io lo so, che a me non la dai a bere, scrittore. Tu non sei superficiale o modernamente poco letterato. Fingi di essere leggerezza scritturale, ma hai limato molto sotto humus; soltanto, senza darlo a vedere. Vuoi giocare con me? Giochiamo. Quante citazioni di te ritrovi in questo mio scritto? Compito a casa: restituiscimi l’elaborato, mettendo il corsivo alle frasi citate da me di te. Se vuoi giocare, io ci sto. Ma l’arte allusiva dei grandi classici tu sottobanco me l’hai data. Non sei uno scrittore qualunque. E io… non sono un lettore qualunque. Ti ho intercettato. Vedi che ti sgamo, io con il mio nessuni? Vedi che se ci credi, qualcuno ti legge davvero dentro? Che ti restituisce il tuo impegno scritturale?

Non restare dunque imprigionato in altre impasse (o empasse?) Perché davvero, è vero: in un certo senso, se osservate da una particolare prospettiva, certe scene possono persino essere considerate romantiche. E dunque non solo possono, ma che davvero, alzo i calici e brindo, siano sul serio, tra congiuntivi e concessivi. Falla risuonare la tua parte creativa, la tua viola in Erasmus, sennò sarà lei prima o poi a fare fugone e accollarsi il suo bel gbecspaps, traducendosi in fasulla Layla. Accetta il germinatico che si fa prodotto fecondo. Non stare qui a pensare, autore. Non inghipparti altri dieci anni. Quante parole hai sprecato, ognuna diversa dall’unica che avrei voluto sentirmi dire… Invece siamo vivi e siamo molto di più che noi due, qui e adesso, in una vecchia foto nel cassetto. Siamo per sempre, siamo ovunque, camminando di spalle, in una foto mossa, presa di notte. Senti, che ti dice Viola la creativa in te? L’amore non muore, se vai a riprendertelo, facendo davvero il matto e l’artista. Tu aspetti sempre e solo che sia la tua creatività che ad un certo punto si scoccia della tua quotidianità e ti pianta lì una bizza, un escamotage per riacciuffare di passione il suo scrittore impantanato. Guarda che lei lo fa. Si finge morta. E quando uno è messo alle strette, credendo il computer con tutti i files andato definitivamente in corto circuito, quando vedi la tua parte razionale fagocitarti così tanto da farti improvvisamente esplodere, allora… messo alle strette, piangi il lutto del tuo aborto e con rabbia decisa, riprendi. Dal fondo, riprendi. Una vecchia foto non va lasciata a disperdere colori e sbiadire nel cassetto, va fatta vivere, la favola va conclusa di vissero felici e contenti davvero, e ne risenti l’urgenza tremenda. E ti dai del demente, per tutto il tempo perso. Anni, accidenti.

Invece, la creatività non va fatta prostituire in nome dell’ordinarietà. Ogni fotogramma, ogni fatto, anche quello miserrimo di cinque, dieci anni fa, vive, se tu lo rendi eterno. Scrivi. Scrivi punto e basta. Che se la guardo da questa prospettiva, tu cerchi l’esotico di sangria español col sale, lei si assesta sulla crème brûlée. Ma tutte le vite, tutte le scene, se osservate da una particolare prospettiva, possono essere considerate romantiche e chiederci dall’atto della loro trascrizione su libro: cari miei amichevoli fan… A proposito: sapevate di essere già in tre? Sicuro siete finiti qui per sbaglio. Ok, fa nulla, vi perdono. Però tornate, eh?

E noi rispondiamo che torniamo. Noi torniamo, autore. Siamo francesemente romantici. Pendendo dalla tua tastiera di pc, dal tuo prossimo flusso di estro creativo da recensire, aspettiamo il tuo scribendum est e noi la nostra parte di scena da vivere, leggendoti.

Non farci agonizzare di troppa attesa.



Copyright 2021 – Tìndara Rasi

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Dopo l'enorme successo di "Alice senza niente", pubblicato nel 2011 da Terre di Mezzo, Pietro De Viola torna alla ribalta con "Sale e sangria", edito da Oligo Editore. De Viola ha vissuto per diverso tempo a Grosseto. Attualmente vive e lavora in Lombardia.