GESTIONE
DEI CONFLITTI
Disse
Marshall B. Rosenberg, fautore della Comunicazione Nonviolenta (CNV):
“Non vorremmo mai cercare di eliminare il conflitto perché
crediamo che il conflitto ci possa aiutare a crescere come individui
e come società. Invece [dobbiamo cercare] una risposta più efficace
al conflitto”.
Genesi
di situazioni conflittuali
Una
causa importante di conflittualità in ambito scolastico, nasce dal
fatto che molto spesso vengono proposti metodi altamente competitivi.
Esempio tipico, sebbene da non demonizzare a priori, è certamente la
proposta di challenge,
di gare, anche cognitive, dove è opportuno sgomitare per vincere.
Avviene in ambito psicomotorio; tramite giochi di società; in area
laboratoriale scolastica con proposte di attività centrate sul chi
fa prima, chi fa meglio. Avviene proponendo modalità di
regolamentazione che tendono a reprimere atteggiamenti di genuina
solidarietà, come aiutare un compagno nello svolgimento di un
determinato compito. Avviene a scuola e nel sociale, a tutti i
livelli e in tutti i campi antropologici. In questi casi, l’ego
personale prende il sopravvento, e il desiderio e il bisogno primario
di emergere innesca meccanismi strategici di “sopravvivenza” per
primeggiare nel contesto sociale in modo da ottenere il titolo ambito
di “più bravi” (parola da usare con moderazione a scuola, perchè
centrata sul “personale” e non sul risultato oggettivo); ma
soprattutto generando situazioni di conflittualità insidiose.
Sebbene nei bambini piccoli i risentimenti sono “a tempo” e
spesso vengono annullati con estrema naturalezza nel giro di
brevissimi minuti, talvolta accade che, nei rapporti interpersonali,
nei processi amicali che sussistono dentro e fuori dalla scuola,
soprattutto in piccoli centri cittadini, le tensioni accese e
continue si “fissino”, minacciando il climax
positivo all’interno di una sezione e rendendo difficile qualunque
tipo di attività didattica.
Cosa
fare, in questi casi?
L’atteggiamento
protosociale è presente anche negli alunni della scuola d’infanzia.
Ecco perchè alcune metodologie didattiche, come il Cooperative
Learning,
fanno leva proprio sul raggiungimento del successo del gruppo,
anzicchè di quello del singolo.
Tra
le competenze di vita (Skills)
per stare bene, vi è anche, necessariamente, la capacità di
empatica relazione costruttiva con l’altro/gli altri. Un termine
forse poco conosciuto, ma “empatia” è un riconoscimento
dell’altro, dei suoi bisogni e delle sue necessità, come dentro
uno specchio, come se si trattasse di se stessi, in forma maieutica
rivolta all’estra-sè. L’altro mi è simile, nella sua specifica
alterità e individualità. Non mi devo difendere da lui e dal suo
volermi sgominare; non devo attaccare io, perchè siamo pari.
Riconoscere le emozioni intra-sè, e poi, o prima, riconoscere le
emozioni extra-sè, richiede una attenzione didattica legata anche
all’acquisizione di alcune parole foniche e terminologiche
specifiche, settoriali. “Sono arrabbiato… anche lui è
arrabbiato… Mi ha tirato i capelli perchè si annoia… gli ho
rotto un gioco perchè sono infastidito...” Nel parlare di
emozioni, non bisogna soffermarsi solo all’analisi del proprio
termometro emotivo personale, dunque, ma stimolare all’osservazione
e al riconoscimento delle espressioni visuali e di
gestualità-corporeità altrui, per attivare modalità “transferali”
adeguate. I bambini devono essere indirizzati con piccole strategie a
decentrarsi dal soggettivismo egocentrico tipico di questa fascia di
età, interessandosi agli altri anche a livello osservativo e
descrittivo, anche per permettere loro di formarsi un ricco bagaglio
interiore di informazioni che potranno usare per tutta la vita quando
dovranno rapportarsi con gli altri ricreando sintonie e armonia.
Corredati da un bagaglio esperienziale di strategia cognitiva fatto
di istintualità ed immediatezza sempre più preciso ed efficace,
saranno in grado di “leggere dentro” ai pensieri e ai modi di
fare di chi si troveranno di fronte, intervenendo in maniera adeguata
in ogni momento futuro, sia di fronte a conflittualità personali che
potrebbero incidere sulla propria autostima personale, che fungendo
da mediatori sociali efficaci di fronte a conflitti altrui.
La
figura dell’insegnante
Ogni
strategia di risoluzione dei conflitti deve essere trovata
individualmente dentro di sè. L’insegnante può però predisporre
accorgimenti didattici e momenti dialogici che permettano di frenare
qualunque atteggiamento competitivo e che, di contro, stimolino ad un
pensare positivo su se stessi e sugli altri. Sarebbe opportuno
ridurre al massimo qualsiasi gioco competitivo che preveda
“vincitori” e “vinti”; e soprattutto, registrare umori,
conflitti, ma anche momenti relazionali positivi, su cartelloni
esperienziali, rafforzativi del concetto di interazione positiva.
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