venerdì 19 ottobre 2018



GESTIONE DEI CONFLITTI
di Tìndara Rasi

Disse Marshall B. Rosenberg, fautore della Comunicazione Nonviolenta (CNV): “Non vorremmo mai cercare di eliminare il conflitto perché crediamo che il conflitto ci possa aiutare a crescere come individui e come società. Invece [dobbiamo cercare] una risposta più efficace al conflitto”.

Genesi di situazioni conflittuali
Una causa importante di conflittualità in ambito scolastico, nasce dal fatto che molto spesso vengono proposti metodi altamente competitivi. Esempio tipico, sebbene da non demonizzare a priori, è certamente la proposta di challenge, di gare, anche cognitive, dove è opportuno sgomitare per vincere. Avviene in ambito psicomotorio; tramite giochi di società; in area laboratoriale scolastica con proposte di attività centrate sul chi fa prima, chi fa meglio. Avviene proponendo modalità di regolamentazione che tendono a reprimere atteggiamenti di genuina solidarietà, come aiutare un compagno nello svolgimento di un determinato compito. Avviene a scuola e nel sociale, a tutti i livelli e in tutti i campi antropologici. In questi casi, l’ego personale prende il sopravvento, e il desiderio e il bisogno primario di emergere innesca meccanismi strategici di “sopravvivenza” per primeggiare nel contesto sociale in modo da ottenere il titolo ambito di “più bravi” (parola da usare con moderazione a scuola, perchè centrata sul “personale” e non sul risultato oggettivo); ma soprattutto generando situazioni di conflittualità insidiose. Sebbene nei bambini piccoli i risentimenti sono “a tempo” e spesso vengono annullati con estrema naturalezza nel giro di brevissimi minuti, talvolta accade che, nei rapporti interpersonali, nei processi amicali che sussistono dentro e fuori dalla scuola, soprattutto in piccoli centri cittadini, le tensioni accese e continue si “fissino”, minacciando il climax positivo all’interno di una sezione e rendendo difficile qualunque tipo di attività didattica.
Cosa fare, in questi casi?
L’atteggiamento protosociale è presente anche negli alunni della scuola d’infanzia. Ecco perchè alcune metodologie didattiche, come il Cooperative Learning, fanno leva proprio sul raggiungimento del successo del gruppo, anzicchè di quello del singolo.
Tra le competenze di vita (Skills) per stare bene, vi è anche, necessariamente, la capacità di empatica relazione costruttiva con l’altro/gli altri. Un termine forse poco conosciuto, ma “empatia” è un riconoscimento dell’altro, dei suoi bisogni e delle sue necessità, come dentro uno specchio, come se si trattasse di se stessi, in forma maieutica rivolta all’estra-sè. L’altro mi è simile, nella sua specifica alterità e individualità. Non mi devo difendere da lui e dal suo volermi sgominare; non devo attaccare io, perchè siamo pari. Riconoscere le emozioni intra-sè, e poi, o prima, riconoscere le emozioni extra-sè, richiede una attenzione didattica legata anche all’acquisizione di alcune parole foniche e terminologiche specifiche, settoriali. “Sono arrabbiato… anche lui è arrabbiato… Mi ha tirato i capelli perchè si annoia… gli ho rotto un gioco perchè sono infastidito...” Nel parlare di emozioni, non bisogna soffermarsi solo all’analisi del proprio termometro emotivo personale, dunque, ma stimolare all’osservazione e al riconoscimento delle espressioni visuali e di gestualità-corporeità altrui, per attivare modalità “transferali” adeguate. I bambini devono essere indirizzati con piccole strategie a decentrarsi dal soggettivismo egocentrico tipico di questa fascia di età, interessandosi agli altri anche a livello osservativo e descrittivo, anche per permettere loro di formarsi un ricco bagaglio interiore di informazioni che potranno usare per tutta la vita quando dovranno rapportarsi con gli altri ricreando sintonie e armonia. Corredati da un bagaglio esperienziale di strategia cognitiva fatto di istintualità ed immediatezza sempre più preciso ed efficace, saranno in grado di “leggere dentro” ai pensieri e ai modi di fare di chi si troveranno di fronte, intervenendo in maniera adeguata in ogni momento futuro, sia di fronte a conflittualità personali che potrebbero incidere sulla propria autostima personale, che fungendo da mediatori sociali efficaci di fronte a conflitti altrui.
La figura dell’insegnante
Ogni strategia di risoluzione dei conflitti deve essere trovata individualmente dentro di sè. L’insegnante può però predisporre accorgimenti didattici e momenti dialogici che permettano di frenare qualunque atteggiamento competitivo e che, di contro, stimolino ad un pensare positivo su se stessi e sugli altri. Sarebbe opportuno ridurre al massimo qualsiasi gioco competitivo che preveda “vincitori” e “vinti”; e soprattutto, registrare umori, conflitti, ma anche momenti relazionali positivi, su cartelloni esperienziali, rafforzativi del concetto di interazione positiva.

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